Monday, March 27, 2006

appello ai calamari


appello inizio principio risveglio sostegno avanti nuovamente volontà slancio Marinetti movimento pedissequi inerzia slittamento intensità vigore rigenerazione fragore implosi fermentazione progresso "caimani neri" digressioni lucidità massimali energie passi brindisi printemps sabbie musiche fine

5 Comments:

Blogger Morphine said...

Beh, se la metti su questo piano...

10:04 AM  
Blogger pressapoco said...

un raptus, solo un raptus e va già molto meglio! o no?

11:46 PM  
Blogger mr.crown said...

molto meglio. sei la nostra forza, siamo la tua mente.

1:31 AM  
Anonymous dust said...

da qualche parte ho trovato questo omaggio a Howe:
"Il grande muro di mattoni rossi. Il palco. Il prato della Fortezza Albornoz.
Un piccolo altipiano degradante e appena più in basso Urbino.
Ma la tre giorni di Frequenze Disturbate, per me come per altri era iniziata prima, tra le vie e i tavolini dei caffé del centro.
Lo sguardo vivace e curioso di Howe Gelb, mascherato dal suo fare sornione, mentre tra il cappuccino e la visita al Duomo donava sorrisi alla sua ciurma e al mondo. Musica. Qui niente star da rotocalchi.
I Giant Sand, l’impressione è quella di gente che suona perché non potrebbe fare nient’altro nella vita.
Sul grande palco nessuna celebrazione e nessun monumento, solo la voglia di giocare con l’infinito repertorio della tradizione americana. Rallentare e accelerare, bisbigliare e urlare in ogni brano. Folk, country e blues o il pop raffinato di Sonny Bono sembrano però male adattarsi.
Howe scherza con il suo cd-player. Fa partire la tromba di Miles Davis, ride, coinvolge il pubblico in coretti insensati. In poche parole non è quello il suo momento.
Ovviamente non si risparmia, continua il suo gioco divertito nonostante l’evidente nervosismo di chi si preoccupa di non sforare i tempi. Alla fine un lampo, si gira, in uno scatto di ribellione si scaglia a peso morto sulla batteria, sfasciandola.
La sera dopo Mark Lanegan, un pacchetto di sigarette, per un’ora o poco più di canzoni che la sua voce trasforma in buchi neri nei quali si può facilmente sprofondare.
Mi accorgo di avere la pelle d’oca ma non ho freddo.
Non basta. Altre cose più o meno gradevoli succedono sul grande palco della Fortezza ma sono ancora le incursioni del pirata Howe e dei suoi nella piccola pedana dell’ex convento di Santa Chiara a travolgere e regalare poesia.
Nella scaletta di mezzanotte c’è la brava Thalia Zedek, debitrice di Cohen e di Lou Reed ma con un personale carico di sofferenza che rende emozionante il suo concerto, e la seconda sera il reading di Emidio Clementi con i suoi racconti del Pratello; ma è il fuori programma quello che accende.
Howe imbracciando la Fender di Thalia prima disegna due ballate sghembe con la sua voce cavernosa poi la coinvolge in una strampalata versione di “Johny Hit And Run Paulene” degli X.
Il giorno seguente è tutta la banda, con la sola eccezione di Convertino, a prendere possesso della scena con un set acustico che non si dimentica. Il battito dello stivale che tiene il ritmo. Qualche arpeggio di chitarra, una strofa sussurrata, poi violino e contrabbasso che si intrecciano ai cori; atmosfere senza tempo. Sono le tre di notte.
Ricordo il sorriso e lo sguardo incredulo di Howe che non voleva smettere di suonare."

6:14 AM  
Blogger pressapoco said...

quand'è che un commento lungo potrebbe diventare un post? quale la misura? forse 23 frasi è il limite massimo, come con gli spinelli! e poi avrei voluto dire una cosa sulle bolliture e le concimature, ma forse la devo avere già detta, o no?

7:31 AM  

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